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Giorgio Vasta

Il discorso di Book Pride

Ci sono giorni in cui l’organizzazione di una fiera somiglia a un puzzle, altri in cui è un ruscello zampillante, altri ancora in cui è un succedersi di cumulonembi (seguono perturbazioni sparse) o una gigantesca massa nevosa pronta a precipitare come una slavina; a volte costruire il programma di una fiera fa pensare a che cosa accadrebbe andando a sedersi sull’apice di un formicaio, altre volte il lavoro si fa ancora più sfrangiato, frammentario, frattalico, un rompicapo inesauribile, il gioco del Quindici (in realtà del circa Centocinquanta) che non riesci mai a chiudere, o una lunga partita a Space Invaders in cui l’obiettivo non è colpire le navicelle spaziali bensì accoglierle, incastonarle nello spazio e nel tempo e nel senso di quello che stai cercando di fare, un Tetris di accostamenti logici, lo sguardo concentrato sulle righe di mattoncini così da vederle scomparire per passare alla riga successiva (al rompicapo successivo). Ci sono giorni – ma durante la costruzione di una fiera ogni giorno dura una settimana, ogni settimana un mese – in cui sei Psiche che nella favola di Apuleio si ritrova davanti al mucchio di granaglie e deve discernere separare dipanare: stai lì, fermo, il mucchio dei semi all’apparenza altrettanto immobile ma in realtà silenziosamente brulicante, e non sai che cosa fare, da dove cominciare; poi di colpo, un giorno del tutto reale e inaspettato, come una radura che si spalanca nel groviglio, tutto quello che c’è diventa curvilineo, morbido e teso, fluidamente elettrico, e quel giorno leggi, scrivi, parli e per un po’ il lavoro diventa la schiena di un gatto che si inarca (e allora la carezzi, quella schiena, si percepisce persino un brusio di fusa).

L’organizzazione di una fiera come Book Pride è però soprattutto un discorso. Un discorso degli umani agli umani. Dei viventi ai viventi. Un succedersi di parole a volte piene e robuste, a volte fragili e perdute. Un discorso che trova nel lavoro editoriale e nella cosa libro la sua sintesi e il suo modello. Perché di fatto Book Pride è un editore di editori, un macrotesto composto dai cataloghi di ogni singola casa editrice presente in fiera. Qualcosa a cui si prova a dare forma e sostanza con la stessa cura – che è logica, intuizione, delicatezza, radicalità – che un editore dedica alla realizzazione di un suo libro. Per questo il nostro desiderio è che si possa stare dentro Book Pride con la stessa attitudine – che è concentrazione sospensione euforia – di quando leggiamo un libro.

Giorgio Vasta

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